Unione fiscale, Unione dell’energia, unione dei risparmi, debito comune e una cooperazione rafforzata europea su energia, mercato dei capitali e politica industriale: sono queste le richieste lanciate al governo e alle istituzioni dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, parlando dal palco dell’Assemblea degli industriali che si è tenuta il 26 maggio a Roma.

Per Orsini, nessun Paese europeo dispone da solo delle forze necessarie per affrontare le sfide economiche globali e la “dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto”. Dando voce alla posizione degli industriali, Orsini ha sottolineato che l’Europa resta il perimetro indispensabile per competere con Stati Uniti e Cina, ma deve cambiare passo su energia, capitali, investimenti e politica industriale comune.

“Noi crediamo nell’Europa, ma siamo molto preoccupati per le scelte dell’Unione in questi ultimi anni”, ha detto Orsini nella sua relazione esposta davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla premier Giorgia Meloni, al ministro per le Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Il punto critico, secondo il presidente di Confindustria, è la perdita di centralità della competitività nelle politiche europee: “Un punto su tutti: Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività. Come ci ha confermato il commissario europeo Stéphane Séjourné, dall’inizio del mandato di questa Commissione, l’Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura che si traducono in un milione di occupati in meno nell’indotto”. Per Orsini, questo è avvenuto “perché non facciamo politiche per mantenere l’industria nel nostro Continente, al contrario la spingiamo ad andarsene e a delocalizzare”.

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Il confronto tra Europa, Cina e Stati Uniti

Il giudizio sul quadro industriale europeo fatto da Orsini è particolarmente duro. “Nell’ultimo biennio abbiamo assistito a un vero e proprio smottamento del sistema industriale europeo”, ha affermato Orsini, indicando tra le cause “gli alti costi dell’energia, la mancanza di investimenti e regole asfissianti” che, a suo avviso, “hanno mortificato l’iniziativa imprenditoriale e hanno intaccato i livelli occupazionali, spalancando i nostri mercati ai prodotti cinesi”. La conclusione è che l’Europa sia oggi “soffocata dall’assenza di competitività e dalle fragilità che ogni giorno aumentano”.

A sostegno della sua analisi, Orsini ha portato una serie di dati sul ridimensionamento economico dell’Unione europea nel mondo. “Negli ultimi 25 anni, la quota di PIL mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali”, ha ricordato.

In termini assoluti, ha aggiunto, questo significa che, “mantenendo invariata la quota sul PIL globale, l’Europa ha perso oltre 7 mila miliardi di euro di Pil, in gran parte finiti all’industria cinese”. La Cina, ha indicato Orsini, è ormai “l’unica vera superpotenza industriale” perché “da sola genera il 35% della produzione manifattura mondiale, più di quanto producono insieme gli altri otto principali paesi industriali”.

Il problema, nella lettura di Confindustria, non è soltanto la forza produttiva cinese, ma il fatto che Pechino sta operando in un contesto di concorrenza strutturalmente squilibrato, fatto più volte denunciato anche dall’Unione europea.

“La Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna”, ha sostenuto Orsini. Il risultato è lo spostamento verso i mercati europei di “un carico gigantesco di merci”, non limitato ai prodotti a basso costo ma esteso anche alle “tecnologie avanzate”: proprio i settori in cui, ha avvertito il presidente degli industriali, “la Cina ha sovraccapacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra”.

La pressione riguarda anzitutto l’industria di base, secondo il presidente di Confindustria. “Tutta l’industria di base europea è sotto pressione per il costante aumento dei prezzi della produzione”, ha detto Orsini, citando carta, cemento, ceramica, chimica, costruzioni, metallurgia, siderurgia e vetro. Il presidente di Confindustria ha portato l’esempio del distretto ceramico, “una delle eccellenze italiane”, che paga “il costo dell’energia superiore del 40% rispetto alla media europea” e subisce “la speculazione dell’ETS”, ovvero l’Emissions Trading System. In quel distretto, ha avvertito, “sono a rischio 40.000 posti di lavoro”, ma il problema non riguarda solo la ceramica: “potrei continuare settore per settore”.

Attivo dal 2005, l’ETS è stato il primo grande mercato internazionale della CO₂ e resta ad oggi lo strumento centrale della politica climatica europea, basato sul principio “cap and trade”: un tetto alle emissioni e lo scambio di quote tra imprese. Il rialzo dei prezzi dell’energia dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la nuova crisi in Medio Oriente hanno però rafforzato le richieste di una revisione del sistema, soprattutto per ridurre la volatilità dei prezzi e attenuare gli effetti sulla competitività industriale.

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All’Europa serve uno spirito di responsabilità

Secondo Orsini, la vulnerabilità europea, non si ferma ai comparti tradizionali. “Senza industria di base crolla l’intera economia europea”, ha detto Orsini, aggiungendo che le fragilità riguardano anche “i settori ad alto contenuto tecnologico come elettronica, semiconduttori, elettrodomestici, automotive, farmaceutica, metalli e il trattamento delle terre rare”. Tra le dipendenze più decisive, Confindustria indica l’intelligenza artificiale, che “non è una tecnologia che possiamo semplicemente acquistare o integrare nei nostri sistemi”, ma “un ecosistema che dobbiamo costruire”. Il controllo dell’IA, ha avvertito Orsini, significa controllo non solo “dell’innovazione di domani”, ma “dell’intera economia mondiale”. Lasciare consolidare questa dipendenza, ha aggiunto, “vuol dire cedere sovranità”.

A fronte di ciò, per Orsini l’Europa deve dunque superare l’illusione che i singoli Stati possano reggere da soli l’urto della competizione globale. “Per tutte queste ragioni serve in Europa uno spirito di responsabilità nuovo”, ha affermato Orsini. “È evidente a tutti che molti Stati continuano a credere di potercela fare da soli, ma è un’illusione”. Secondo il presidente di Confindustria, “l’ordine di grandezza di quello che sta avvenendo nel mondo deve obbligare tutte le istituzioni europee e tutte le parti politiche a convergere verso strategie comuni”.

In questa cornice, Orsini ha richiamato anche l’accordo tra l’UE e i Paesi del blocco Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) firmato il 17 gennaio ed entrato in vigore lo scorso primo maggio, definendolo una scelta europea capace di guardare all’interesse generale. “L’abbiamo visto con l’accordo Mercosur, quando anche grazie al ruolo trainante svolto dal nostro governo l’Europa ha saputo scegliere l’interesse generale”, ha detto.

Maggiore integrazione su energia, mercato unico, capitali e debito comune

Ma la direzione auspicata da Confindustria va oltre la politica commerciale: “Noi non vogliamo un’Europa ridotta solo a un mercato per altri Paesi. Noi vogliamo un’Europa che abbia al centro l’innovazione, la produzione e il lavoro”.

Per realizzare questo obiettivo, Orsini ha indicato tre leve prioritarie: “un vero mercato unico dell’energia, un vero mercato unico dei capitali e del risparmio e un debito comune per finanziare una vera politica industriale europea”. Il mercato unico dell’energia, nella proposta di Confindustria, dovrebbe significare innanzitutto “un’Europa che agisce come unico acquirente delle fonti energetiche per abbassarne i prezzi”. Ma dovrebbe anche voler dire un’Unione capace di potenziare e finanziare “l’aumento delle reti infrastrutturali e le interconnessioni”, in modo che i Paesi con maggiore produzione elettrica da rinnovabili, come la Spagna, possano condividerla con il resto del continente.

Dentro questa proposta rientra anche una revisione profonda delle politiche climatiche europee, a partire dall’ETS. Orsini ha chiesto di “avviare una radicale revisione delle politiche climatiche a partire dalla sospensione dell’ETS e dalla sua profonda revisione”. Il sistema ETS, ha sostenuto, “ha reso la decarbonizzazione un prodotto di speculazione finanziaria, avvantaggiando alcuni Stati membri a discapito di altri con effetti disastrosi”.

Secondo il presidente di Confindustria, il paradosso è che “oggi il continente più pulito ha il prezzo della CO2 più alto al mondo”, un costo che “gonfia le bollette dei cittadini e colpisce i processi industriali spingendoci fuori mercato”.

Il riferimento più esplicito riguarda l’automotive. Per Orsini, “per capire quanto tutto questo sia autodistruttivo, basta pensare all’automotivo, con i costruttori europei costretti ad acquistare certificati di emissione di CO2 che arricchiscono i concorrenti americani e cinesi”. Una dinamica definita “una vera pazzia”. La sospensione dell’ETS, ha precisato, viene chiesta non per abbandonare la decarbonizzazione, ma perché “i tempi europei per una revisione efficace sono troppo lunghi”: sospendere il sistema significherebbe “permettere una revisione migliore” ed evitare che “nel frattempo altre fabbriche siano costrette a chiudere o a delocalizzare”.

La seconda leva indicata da Orsini è l’unione del risparmio e degli investimenti. “Un’altra priorità è completare l’unione del risparmio degli investimenti per rendere i mercati dei capitali più accessibili”, ha affermato. Il punto è consentire alle imprese europee di “mobilitare investimenti e attrarre in Europa capitali da tutto il mondo”. Finché l’Unione continuerà ad avere “sistemi fiscali, regole sugli investimenti sul risparmio diversi per ogni Paese”, ha avvertito Orsini, il risultato sarà quello di spingere “i capitali europei a guardare altrove”.

La terza leva è il debito comune, che Confindustria considera necessario per sostenere una politica industriale europea all’altezza della competizione globale. “Ma non bastano energia e capitali. Serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea, che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziate dagli Stati membri”, ha detto Orsini. Il presidente di Confindustria ha chiarito che la richiesta non riguarda “nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati”, ma investimenti strategici.

Il fabbisogno indicato è molto superiore alle risorse oggi disponibili. “Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro all’anno”, ha ricordato Orsini. Risorse che “non possono arrivare né dai bilanci nazionali né dal debito comune” da solo, mentre “gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra i 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema”.

Il debito comune chiesto dagli industriali dovrebbe finanziare “investimenti strategici, infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, estrazione di materie critiche, scienza della vita e difesa”. Solo così, secondo Orsini, l’Europa potrà “affrontare la posizione dominante raggiunta dalla Cina”.

Orsini ha ammesso che per realizzare i propri prodotti non pochi imprenditori europei per sopravvivere acquistano pezzi cinesi perché costano meno. “La Cina sta colonizzando i nostri mercati”, ha affermato il presidente di Confindustria, osservando che, “se l’Unione Europea non sosterrà da subito le nostre produzioni saremo destinati al deserto industriale”. In queste settimane, ha aggiunto, Confindustria sta assistendo “tante aziende in gravi difficoltà a causa di queste scelte”.

Orsini ha rilanciato inoltre la richiesta di un debito comune europeo, osservando che non si tratta solo di uno strumento finanziario, ma anche di un modo per superare le asimmetrie interne al mercato unico. Il passaggio sul debito comune richiesto da Confindustria, giunge mentre i cosiddetti Paesi frugali si preparano a chiedere un taglio al prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034 attualmente in discussione tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE.

“Il debito comune è anche la via maestra per realizzare un vero mercato unico e superare le asimmetrie degli aiuti di Stato”, ha detto. Il tema emerge in particolare sull’energia: “Se il contenimento dei sovraccosti causati dalla guerra del Golfo resta una rendita solo dei Paesi che se lo possono permettere, allora stiamo andando nella direzione sbagliata”. Il riferimento è al rischio che, in assenza di strumenti comuni, la crisi energetica finisca per ampliare il divario tra Stati membri con diverso spazio fiscale.

Orsini ha riconosciuto al governo italiano “la prudenza nella gestione dei conti pubblici”, motivata dal peso della spesa per interessi e dalla necessità di preservare la credibilità sui mercati. Ma ha posto una domanda politica diretta: “Se Hormuz dovesse restare bloccato e il debito comune europeo rimanesse un’utopia, cosa potrà fare l’Italia?”. Per Confindustria, la sicurezza energetica non è una questione astratta: “Responsabilità significa che accendere la luce in casa e le macchine in fabbrica dipendono dalla disponibilità di energia e non vogliamo farne a meno”.

Semplificare le regole

Accanto agli strumenti finanziari ed energetici, Orsini ha insistito sulla semplificazione regolatoria. “All’Europa serve molto più semplificazione di quanto fatto finora nei pacchetti omnibus”, ha detto, denunciando “l’accumulo di regole, modifiche frequenti, sovrapposizioni e oneri eccessivi”.

Il presidente di Confindustria ha ricordato che sono stati annunciati obiettivi di riduzione regolamentare “del 25 per cento per le imprese” e “del 35 per cento per le piccole e medie imprese”, ma ha contestato il fatto che “solo tra novembre e dicembre 2025 sono stati presentati dieci nuovi pacchetti legislativi e nel 2026 ne arriveranno altri dodici”. Nel 2025, ha aggiunto, “la Commissione ha presentato al Consiglio 116 proposte legislative e 741 atti delegati”.

Da qui l’affondo contro la burocrazia europea. “Le 72 condizioni poste da Bruxelles per il via libera al decreto bollette del nostro governo sono l’ultima conferma di quanto sia lunare la burocrazia europea”, ha detto Orsini. “Il nostro appello è uno solo. Fermatevi!!”. Per Confindustria, serve “una governance dell’Unione Europea molto diversa da quella attuale”, capace di garantire “tempi e procedure snelle ed efficaci”.

Serve una cooperazione rafforzata in tempi rapidi

Orsini ha lanciato l’idea di una cooperazione rafforzata citata più volte dall’ex presidente della Banca centrale europea (BCE) ed ex premier Mario Draghi. “Costruire un’Europa veramente federale richiede tempi lunghissimi”, mentre oggi “il fattore tempo è vitale” e serve anche la volontà degli Stati, ha ricordato Orsini. Per questo motivo, il presidente di Confindustria ha proposto di usare gli strumenti già previsti dai Trattati: “Allora dobbiamo procedere sulla via che i trattati consentono, quella della cooperazione rafforzata”.

Secondo il presidente di Confindustria, “Paesi con uguali obiettivi urgenti devono mettere a fattor comune scelte e funzioni delegate ad ordini democratici”. La proposta è di utilizzare la cooperazione rafforzata su “tre punti di priorità: energia, mercato dei capitali e politica industriale comune”.

“Chiediamo al Governo e a tutte le forze politiche che in Europa fanno parte della coalizione di maggioranza di impegnarsi in questa direzione”, ha affermato poi Orsini. Osservando che la posta in gioco “è altissima”: riguarda “la tenuta del nostro modello di democrazia europea”, un modello che “per lungo tempo è stato capace di far camminare insieme crescita, welfare e lotta alle disuguaglianze”.

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